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~ 29/10/08

NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!!!

Sembra paradossale che si vogliano tagliare le gambe proprio ad uno dei principji cardine della nostra società, la scuola. Una scuola che ha tanti difetti, non di certo per colpa della strutturazione organizzativa e pedagogica, ma perchè costretta SEMPRE a stringere la cinghia. Adesso al posto della “cinghia” ci stanno mettendo il “cappio”. Ebbene, una riforma del genere è un suicidio bello e buono per il nostro paese. Molti degli slogan studenteschi di questi giorni di manifestazioni continue sono rivolti al “futuro”, il nostro futuro, il futuro di una generazione e di quelle che verranno già fin troppo incerto e sempre più precario.

Ad Annozero Roberto Cota, esponente della Lega Nord, ha cercato di difendere il governo e le scelte di questa legge, assicurando che non ci saranno tagli sul doposcuola, che il maestro unico non sarà unico, ma maestro “preferenziale” (un modo di dire la stessa cosa con parole diverse). Insomma pare che secondo Cota la gente protesti perchè “indottrinata”. Ma capirei se si trattasse di episodi sporadici, di movimenti partitici alle spalle di questa gente: Il dramma è che sono persone che vedono questi tagli come un reale disagio e una minaccia per il futuro, di certo non c’è alcun indottrinamento, stiamo parlando di migliaia e migliaia di persone (tra studenti, docenti, personale scolastico, genitori ecc ecc…)

Ma la questione importante è: perchè tagliare fondi alle scuole, favorendo il privato; perchè tagliare fondi alla sanità, favorendo il privato; perchè tagliare fondi alla “cosa pubblica”, al welfare, per risanare i debiti e i vari crack delle banche e delle imprese, dei comuni e quant’altro?

Ci sono tantissimi sprechi soprattutto in parlamento e senato, alcuni li ha tirati fuori Travaglio ad Annozero, le sue dichiarazioni facevano sorridere molti in trasmissione, ma è drammatico che lo stato spenda in “calze, collant e camicie di servizio per i parlamentari” circa 200.000€ e poi faccia dei tagli sull’università e sulla scuola… Sembra una cosa comica, ma è la realtà, il governo ci parla di riduzione di sprechi nella scuola, ma sono i primi a sprecare soldi e risorse pubbliche…

In un’intervista sul blog di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it), Aldo Giannuli, docente di Storia Contemporanea dell’Università Statale di Milano ha parlato della riforma, ma leggiamo cosa ha dichiarato:

“La situazione dell’università è già una situazione disastrosa da molti anni, peraltro la Gelmini non ha tutte le colpe che le vengono date perché la Gelmini sta solo ultimando un percorso iniziato con l’ex ministro Ruberti e che va sempre più verso la privatizzazione dell’università e la sua trasformazione in impresa. Questo succede in un’università che già da tempo è ipo alimentata dal punto di vista finanziario. Strutturalmente, ormai, il sottofinanziamento fa parte della storia della nostra università.
Sono ormai più di 35 anni che la nostra università riceve mediamente un quarto in meno, in termini di bilancio statale, in termini di quello che riceve la media delle università europee. E’ l’università peggio organizzata, peggio pagata,sulla quale sono state fatte una serie di riforme sbagliate ed è ormai al limite del collasso. In questa situazione si aggiungono nuovi tagli e lei capisce che questo significa il colpo di grazia per una struttura già molto sofferente. Se la stessa riforma dice che per i prossimi anni si può mettere a concorso un posto ogni cinque di quelli che vanno in pensione, lei mi sa dire di quale meritocrazia stiamo parlando? Se non ci sono concorsi di che merito parliamo? Si dice uno su cinque fino al 2011 e dopo uno su due.
Ora, se lei considera che entro il 2014 noi collocheremo in pensione quasi il cinquanta per cento del corpo docente, questo significa che nel giro di sette-otto anni, il nostro corpo docente diminuirà di circa il quaranta per cento di unità. Quindi, tanto per cominciare cominciamo a chiederci perché ci sia riconoscimento ci devono anche essere occasioni per dimostrarlo altrimenti di quale merito parliamo? Meritocrazia è un concetto sul quale io sono profondamente d’accordo, a condizione che non sia solo una parola. Intanto la nostra società non è affatto meritocratica, non solo nell’università ma dappertutto.
Parentopoli c’è nell’università, basti vedere in quelle meridionali ma non solo, dove interi clan familiari si sono installati nelle facoltà universitarie. Però questa storia di parentopoli per esempio, c’è anche una magistratura se andiamo a vedere l’elenco dei vincitori dei concorsi. Non parliamo dei notai dove addirittura dove quello che dovrebbe essere un concorso pubblico si risolve in targhe del tipo: “..Tal dei tali notai dal 1830″ perciò una carica manifestamente ereditaria di generazione in generazione da due secoli. Quindi qui c’è una società per nulla meritocratica e molto corporativa. Se poi vogliamo parlare di meritocrazia, e io sono d’accordo, occorre essere conseguenti, per esempio: esistono procedure, in tutto il mondo scientifico internazionale, di valutazione oggettiva delle opere scientifiche: l’impact factor, per quanto riguarda le citazioni, l’analisi dei fondamenti di ciascuna pubblicazione e tutta una serie di parametri prefissati. Perché non li adottiamo?
Siamo l’unica università del mondo sviluppato che non ha parametri oggettivi. Si rimette totalmente a un sommario giudizio delle commissioni che si risolve in: “Un tizio è bravo, quell’altro non è bravo. Perché? Perché lo dico io!” Questa è la premessa di Parentopoli. Se vogliamo introdurre la meritocrazia cominciamo almeno da questo, ossia a introdurre criteri bibliometrici internazionali, criteri di valutazione delle opere scientifiche con parametri oggettivi. Si prosegue in questa illusione che è stata anche di altri, iniziata sostanzialmente con l’ex ministro Ruberti, che è quella di fare come in America, che non ha molto senso perché ogni Paese ha la sua storia, la sua struttura economico sociale, ha i suoi condizionamenti, hai suoi problemi e deve trovare le sue soluzioni. Non si può fare qui, come fanno in America, posto che il modello americano sia più così eccellente, sicuramente preferibile e più funzionale del nostro è, ma non ha molto senso perché le stesse misure applicate in contesti diversi danno risultati diversissimi. Nel nostro consenso quel tipo di soluzione non dà l’università americana, ma dà Shanghai. Anch’io vorrei essere alto aitante ma non lo sono. E’ perfettamente inutile comprarmi un vestito da Schwarzenegger, mi andrebbe largo. Tanto varrebbe dire: “facciamo come si fa su Marte”.
E’ una riforma che applicata darebbe risultati disastrosi probabilmente, al di là delle intenzioni dello stesso ministro Gelmini i risultati sarebbero ugualmente disastrosi. Io provo immaginare cosa significa privatizzare le nostre università con capitale di banche e di imprese. Questo significherebbe smobilitare una serie di facoltà che ovviamente non interesserebbero. Penso ad esempio alle facoltà umanistiche dove sopravviverebbero si e no, una fettina di giurisprudenza ed una di economia, qualche pezzettino di scienze politiche, al massimo una scuola di interpreti e traduttori perché di una facoltà come letterature straniere non ce ne fregherebbe assolutamente nulla, in un quadro di università d’impresa. Avremmo una serie di facoltà scientifiche tutte proiettate immediatamente all’applicazione tecnologica e non di ricerca pura, e la formazione sarebbe ritagliata rigorosamente sulle esigenze delle aziende partecipanti al consorzio. Col risultato di produrre ingegneri che sanno tutto di quella determinata azienda, che se poi perdono il posto di lavoro mai più ne troveranno un altro perché non sapranno fare nient’altro. In ultima analisi è arrivato il momento di riprendere in mano la questione e di scegliere. L’università attuale è al capolinea, non ce la fa più.
L’università burocratica, corporativa che consuma risorse rendendo pochissimo al Paese non è più proponibile. Non possiamo continuare a chiedere risorse con una redditività così limitata. Noi abbiamo indici produttività scientifica tra i più bassi del mondo, abbiamo un tasso di laureati per iscritti tra i più bassi dei paesi sviluppati. Non possiamo chiedere risorse per questo. Non credo che la soluzione sia quella dell’università privata, io credo che sia arrivato il momento di pensare al modello e di arrivare ad un’università pubblico-sociale, sostenuta non solo dall’intervento dello Stato ma con la partecipazione azionaria dei dipendenti e di chi ci lavora con azionariato popolare, con azionariato temporaneo degli studenti. Rivedendo completamente la struttura dell’università dove la divisione fra ordinari e associati non ha assolutamente più senso. E’ il momento di riprendere il discorso del docente unico. E soprattutto di rivedere tutti i meccanismi, come si dice in America, di governance.
Non ha senso continuare ad avere questi organi formati per ceti come se stessimo parlando degli stati generali della Francia prerivoluzionaria nei quali gli ordinari votano per gli ordinari, gli associati votano per gli associati, gli studenti votano per gli studenti e così via. Abbiamo bisogno di un’università in cui si rovesci la piramide, sinora hanno parlato tantissimo di ordinari, e in particolare quel ristrettissimo nucleo di ordinari che governa tutto, hanno parlato un po’ gli associati, pochissimo i ricercatori e per nulla i lavoratori e gli studenti. Noi abbiamo bisogno di un’università in cui si senta molto di più la voce degli studenti, si senta abbastanza la voce dei ricercatori degli associati e dei lavoratori, e per un po’ di tempo gli ordinari, soprattutto quelli più importanti abbiano il pudore di tacere.”
Aldo Giannuli

Conclusione: il povero, il cittadino, il ceto medio, pagan per tutti.

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~ 26/09/08

Non se n’è accorto quasi nessuno, ma questo trimestre non avremo i dati Istat sull’occupazione (in Italia) perché gli addetti alla rilevazione dei dati Istat hanno tali e tanti problemi con il loro contratto di occupazione (in Italia) da essere in agitazione sindacale, temendo di rimanere prossimamente disoccupati. Sembra un gioco di specchi, invece è lo specchio della crisi.

Gli addetti alle rilevazioni statistiche sono 317. Lavorano con contratti a termine da sei anni. Il loro compito è intervistare a scadenze fisse un campione statistico di italiani sui temi del lavoro. I questionari compilati disegnano la mappa aggiornata del mercato del lavoro, i suoi mutamenti, i punti di crisi e quelli di sviluppo. I ricercatori vengono pagati, per ogni intervista consegnata, 38,50 euro lordi, 32 netti, nulla per le interviste (e le ore di lavoro) andate a vuoto.

Guadagnano in media tra i 600 e gli 800 euro mensili, con punte massime di 1000 euro. L’Istat, l’Istituto di ricerche, ha intenzione di creare una società privata (e esterna) che prenda in carico i ricercatori. I quali temono condizioni di lavoro peggiore. Con meno garanzie sulla qualità scientifica delle ricerche. Con meno controlli. La precarietà a vita. E una ulteriore riduzione del costo del lavoro, in primo luogo dei loro stipendi.

I dettagli di questa piccolissima vertenza sono assi istruttivi, perché ricalcano le condizioni generali del Paese. La sua deriva economica. Il suo mutamento verso il peggio e la precarietà. Ed è almeno degno di nota, che i 317 ricercatori addetti proprio a studiare quel mercato del lavoro in crisi, il nostro, ce lo raccontino con la loro stessa biografia. E senza neppure bisogno di aggiungere interviste.

FONTE: www.voglioscendere.it (Vanity Fair, 24 settembre 2008)
Foto: da flickr.com

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~ 30/08/08

È con estremo piacere che accogliamo la traduzione italiana di Don’t make me think, dell’americano Steve Krug, esperto di usabilità e grande comunicatore. Perché quest’entusiasmo? Subito detto: il libro di Krug è scritto con chiarezza, coglie a perfezione le necessità dei lettori, è pieno di utili esempi ed è scritto da chi lavora nel campo dell’usabilità per siti web da anni. In più colloca l’usabilità all’interno del suo campo più ristretto: la scrittura dell’interfaccia, senza farne un legge di natura del world wide web.

La giusta teoria accoppiata con la giusta pratica di base, molti esempi esemplificativi, un linguaggio informale e altamente comunicativo. Il libro di Krug esamina con grande puntualità i maggiori problemi che si pongono nella costruzione di un sito web con particolare attenzione alla costruzione dell’interfaccia grafica e di accesso. Alcuni capitoli sono anche dedicati alla scrittura online e dunque alla redazione dei contenuti.

La forza del libro è tuttavia da ricercare sia nel corredo di immagini e di esempi che l’autore porta a corredo delle sue tesi sia nella facoltà di enumerare piccole e precise “leggi” di usabilità. Il testo è zeppo di immagini prese da siti realmente online o da siti che l’autore ha disegnato ad hoc, per ognuna di esse vengono spiegati gli errori e le modifiche da apportare per rendere queste pagine più orientate all’utente.

Ad ogni pagina incontriamo spesso suggerimenti da appuntare su un foglio e portare sempre con sé. il primo suggerimento, che è poi alla base dell’intera concezione del libro, è appunto “Don’t make me think”. “Non mi far riflettere”: «Da anni vado dicendo che questa è la mia prima legge dell’usabilità e, più pagine web guardo, più me ne convinco. È il principio dominante […’> Significa che, per quanto umanamente possibile, quando guardo una pagina web essa dovrebbe essere autoevidente. Ovvia. Autoesplicativa»

Ma il libro non si ferma ad enunciare regole, va anche oltre. Molte pagine sono dedicate a come e attraverso quali metodi prendere coscienza di problemi di usabilità. Krug, dopo aver fissato alcuni paletti sulla consistenza delle home page del sito, mostra alcune pagine con difetti di usabilità lasciando che sia il lettore a farli risaltare. È, ve lo assicuro, un ottimo metodo di autoapprendimento.

Nell’ultima parte del libro vi sono infine due capitoli dedicati allo spinoso problema dei “test di usabilità”. L’unico metodo per poter far risaltare i difetti dei siti web è appunto quello di testarne la “leggibilità” su più utenti attraverso schemi d’indagine quanto più possibile efficaci. Krug spiega come farli e quanto tempo e denaro impiegarci.

Il libro di Krug è di piacevole lettura e condensa in meno di 200 pagine un gran numero di utili consigli. A differenza di altri autori americani, come ad esempio Jacob Nielsen, il tono della scrittura non è mai dogmatico ma sempre aperto al confronto con le realtà di fatto. A differenza invece degli autori italiani lascia pochissimo spazio alle teorie che, almeno in questo campo, dovrebbero essere sempre verificato con l’uso pratico che se ne trae.

Fonte: html.it

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